venerdì 24 marzo 2017

Film 1329 - Regali da uno sconosciuto - The Gift

Scelto una sera tra la programmazione di Sky Go perché desideravo recuperarlo, ma mi ero sempre scordato.

Film 1329: "Regali da uno sconosciuto - The Gift" (2015) di Joel Edgerton
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Pensavo fosse un horror, ma non lo è. E' un buon thriller con un'inaspettata dose di suspense ben architettata.
Diversamente da quanto pubblicizzato nel trailer, però, non si tratta certo di un capolavoro intramontabile. E' un buon titolo di genere, certamente un esordio a regia+sceneggiatura di un Joel Edgerton sempre più interessante, un film che punta sugli elementi giusti e riesce a portare a casa un risultato finale veramente ben riuscito rispetto al solito. Detto ciò, a mio avviso questo "The Gift" fa semplicemente il suo dovere, intrattenendo e spaventando quanto basta.
Sicuramente il merito va a un buon trio di attori - da Jason Bateman non mi sarei aspettato credibilità nei toni troppo drammatici -, affiatati e capaci e a una regia in grado di architettare non pochi momenti da spavento di soprassalto e inquietanti rivelazioni (e supposizioni). Insomma, "Regali da uno sconosciuto" funziona e non fa pentire di averlo scelto.
Cast: Jason Bateman, Rebecca Hall, Joel Edgerton, Allison Tolman, Tim Griffin, Busy Philipps.
Box Office: $59 milioni
Consigli: Intrigante e quasi sempre all'altezza, "The Gift" è un buon thriller con non pochi momenti di suspense e situazioni sufficientemente strane da far sentire il disagio trai protagonisti. Un titolo per chi cerca un po' di atmosfera inquietante senza rinunciare a un po' di glam (la Hall ha un fascino innato) e a una certa dose di minimalismo, sia estetico che stilistico.
Parola chiave: Svenimento.

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#HollywoodCiak
Bengi

giovedì 23 marzo 2017

Film 1328 - Inside Out

Ho comprato il dvd qualche tempo fa (secondo me con il blackfriday) e non ero ancora riuscito a trovare un buon momento relax per rivederlo. E' capitato due domeniche fa, tornato a casa dopo il master nel weekend a Milano.

Film 1328: "Inside Out" (2015) di Pete Docter, Ronnie Del Carmen
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Beh ma che si deve dire su questo film se non che è un piccolo capolavoro?
Questo secondo appuntamento con "Inside Out" mi ha convinto più della prima visione al cinema e sono stato davvero felice di averlo rivisto comodamente sul divano. Il "trauma" che avevo sperimentato la volta precedente - è un cartone animato e al contempo una storia molto adulta, è una pellicola d'animazione che non segue i canoni soliti del genere - non si è ripresentato questa volta, naturalmente, il che mi ha permesso di godermi appieno l'avventura mentale della giovane Riley e le sue 5 emozioni.
Un film divertente e geniale, cerebrale più per la "location" che per toni e modi, veramente ben sviluppato e raccontato con la solita maestria e delicatezza di casa Disney + Pixar, per un risultato finale che è un piacere da guardare. Assolutamente uno dei migliori cartoon degli ultimi tempi.
Film 1031 - Inside Out
Cast: Amy Poehler, Phyllis Smith, Richard Kind, Lewis Black, Bill Hader, Mindy Kaling, Kaitlyn Dias, Diane Lane, Kyle MacLachlan.
Box Office: $857.6 milioni
Consigli: Un film intelligente in grado di far divertire e ragionare, nonché un ottimo esempio di come si possa ideare un film per tutta la famiglia lasciandone ogni membro soddisfatto. Sempre una bella sorpresa.
Parola chiave: Isole della personalità.

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Bengi

martedì 21 marzo 2017

Film 1327 - Live by Night

Incuriosito dalla bella locandina, che ripropongo qui (diversa da quella ufficiale francamente un po' grezza), mi sono approcciato a questo titolo senza avere la minima idea di cosa potesse parlare.

Film 1327: "Live by Night" (2016) di Ben Affleck
Visto: dal computer di casa
Lingua: inglese
Compagnia: nessuno
Pensieri: Questo film è a tratti noioso. Ad essere onesti all'inizio presenta anche scene d'azione particolarmente ritmate se si considera che l'ambientazione è nei primi del '900, ma non basta a conferire alla storia un ritmo costante e a mantenere alto l'interesse. Molti personaggi (e non di tutti ci si ricorda), tante chiacchiere di avvertimento, molte sparatorie e un proibizionismo nell'aria che lo è solo di nome, per un mix di elementi che ricorda tante cose e nessuna in particolare - i ganster movie di Scorsese, "Gli intoccabili", "True Detectvie" e "The Knick", solo per citarne alcuni). Il risultato finale non è così pessimo come la critical o ha definiti, ma certamente fatica a trovare una propria dimensione che vada oltre la sensazione del già visto, della frase ad effetto, del costante tentativo di costruire scene galvanizzanti da capolavoro annunciato. Che poi forse è proprio questo il problema, si cerca di costruire un prodotto finito che abbia determinate caratteristiche dimenticandosi, nel frattempo, che una pellicola non è solo qualcosa che puoi assemblare un pezzo dopo l'altro.
In tutto questo, qualche veloce considerazione. Innanzitutto, all'inizio le musiche mi hanno molto ricordato quelle del remake di "Psycho" dirette da Danny Elfman (sulla base di quelle di Bernard Herrmann).
Poi devo dire che "Live by Night" è uno di quegli strani casi in cui, nonostante sia pieno di attori, si fatica a riconoscerli. Sempre relativamente al cast, due considerazioni: la prima è che Elle Fanning è sorprendentemente brava e adulta qui, forse l'aspetto che più ho apprezzato di tutta l'operazione. Il suo personaggio non suscita simpatia, ma vedendola recitare è evidente che la ragazza (appena 18enne) abbia talento e potenziale; la seconda è che, seguendo la storia in lingua originale, è sconfortante constatare il dislivello attoriale inequivocabile che c'è tra l'impostazione anglosassone e quella italiana. Per quanto faccia piacere trovare un attore italiano in mezzo ad un cast totalmente interazionale e volendo sorvolare sull'inglese di Girone (parlato come se leggesse in italiano), la cosa che più colpisce è però la sua impostazione vocale, tarata sulle modalitàda fiction nostrana. E' straniante seguire i suoi dialoghi, con termini anche complessi, pronunicati come se fosse sul set di "Carabinieri" o "Cento vetrine", con un'enfasi innaturale sulle battute che spezza completamente il ritmo delle scene in cui è presente, mettendo in discussione la sospensione dell'incredulità da parte di chi guarda. Insomma, rompe il gioco di finzione e stride particolarmente nel confronto con la recitazione di praticamente chiunque altro sulla scena.
Per concludere, quindi, si può dire che l'ultimo sforzo attoriale, registico e di scenneggiatura del redento Ben Affleck non è stato niente di che. Né una cosa tremenda, né un capolavoro. Una mezza via tra il buon lavoro tecnico e la mancanza di ispirazione. Con un budget da 65 milioni di dollari ne poteva venire fuori qualcosa di un po' più riuscito, anche se dal punto di vista tecnico niente da dire. Peccato un po' per il resto...
Cast: Ben Affleck, Elle Fanning, Brendan Gleeson, Chris Messina, Sienna Miller, Zoe Saldana, Chris Cooper, Remo Girone, Titus Welliver, Miguel.
Box Office: $21.7 milioni
Consigli: Sinceramente sono contento di averlo visto in streaming, penso sarei rimasto un po' scocciato dal pagare un biglietto per una pellicola che si può tranquillamente recuperare sul proprio divano in una situazione di relax. La visione in lingua è stata certamente interessante, per quanto "guastata" dall'inglese all'italiana di Girone; tutto sommato una pellicola che si può vedere, basta non aspettarsi granché né i precedenti exploit di Affleck.
Parola chiave: Rum.

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Bengi

lunedì 20 marzo 2017

Film 1326 - L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo

Proposto da Sky Go - per quanto non volessi più farmi abbindolare dal loro servizio becero -, mi sono lasciato convincere.

Film 1326: "L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo" (2015) di Jay Roach
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Ero e al contempo non ero curioso di vederlo. Ammetto che la sovraesposizione di Bryan Cranston me lo ha reso un po' meno simpatico rispetto ai bei tempi di "Malcolm", in ogni caso la curiosità della sua prima nomination all'Oscar ha prevalso rispetto alla mia titubanza nei confronti di questo titolo.
La mia opinione nei confronti di "Trumbo" è duale esattamente come il mio atteggiamento prima di vedere il film. Devo dire che c'è una sorta di parte ludica che mi ha davvero appassionato, anche se il risultato finale non riesce ad andare oltre una ricostruzione quasi più televisiva che cinematografica. I toni, infatti, sembrano quasi più da piccolo schermo. Per quanto riguarda ciò che mi ha convinto, invece, devo dire che ho trovato i vari retroscena, dietro le quinte, curiosità sugli Oscar e pettegolezzi della vecchia Hollywood particolarmente intriganti e interessanti, legato ad un mondo oggi impensabile fatto di pionieri, attori leggendari, producers e starlette, per non parlare di una connotazione politica così netta da essere spaventosa. Puntare nuovamente i riflettori sull'episodio della lista nera di Hollywood, con i suoi 10 sfortunati protagonisti, è certamente un'operazione oggi ancora di valore, per cui ho apprezzato certamente l'argomento e il suo sviluppo, per quanto un approfondimento meno patinato e/o caricaturale sarebbe stato preferibile (mi chiedo ancora come si faccia ad affidare il ruolo di John Wayne a David James Elliott di "JAG - Avvocati in divisa"...).
Tutto sommato, comunque, ammetto che "Trumbo" non mi è dispiaciuto. Il cast è buono e particolarmente vario e Cranston è certamente in grado di lasciare il segno (ha certamente un ruolo che non fatica a rimanere impresso) e il film ha ampiamente superato le mie aspettative. non è un capolavoro, ma l'argomento è interessante e la due ore di pellicola passano in fretta.
Ps. Candidato agli Oscar 2016 per il Miglior attore protagonista.
Cast: Bryan Cranston, Diane Lane, Helen Mirren, Louis C.K., Elle Fanning, John Goodman, Michael Stuhlbarg, Alan Tudyk, Adewale Akinnuoye-Agbaje, Dean O'Gorman, David James Elliott.
Box Office: $11
Consigli: Sicuramente meno epico di quanto cerchino di promuoverlo, è comunque un film discreto che ha il merito di trattare argomenti sempre attuali (libertà di pensiero, discriminazione, credo politico) qui mixati alle stravaganze della Hollywood classica. Se piace l'atmosfera, il cast o in generale le storie vere e sufficientemente impegnate, questo è un titolo da recuperare.
Parola chiave: Comunismo.

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Bengi

venerdì 17 marzo 2017

Film 1325 - T2 Trainspotting

Uno dopo l'altro, appuntamento al cinema per scoprire il sequel nuovo di zecca di un titolo uscito nientemeno che 20 anni fa.

Film 1325: "T2 Trainspotting" (2017) di Danny Boyle
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Erika, Maddalena, Franco
Pensieri: E' a tutti gli effetti un'operazione nostalgia. Il passato la fa da padrone, sia nei dialoghi che nelle scelte della trama. Il vero dispiacere è la sensazione che il film sia più interessato a commemorare la storia precedente che regalarne una nuova.
Si è intrappolati in un meccanismo un po' contorto in cui, per ripercorrere le tappe del primo capitolo, questo secondo cristallizza il proprio racconto e sceglie di viviere di cameo degli attori dell'altra pellicola, location chiave dell'altra storia e di dinamiche di gruppo ancora ferme al momento del tramidemento di Renton (McGregor) 20 anni prima.
E, nonostante tutti i tentativi di una regia dinamica, un montaggio forsennato, una colonna sonora da rave e l'articolazione della trama via suggestioni, rimane il fatto che per raccontare il cuore della faccenda qui ci vogliono ore quando, in realtà, basterebbero pochi minuti. Ed è chiaro fin da subito che è così non perché non si abbia niente da dire, ma perché si è preferito rendere omaggio al primo "Trainspotting", nel tentativo di consegnare a quegli stessi spettatori che lo avevano amato gli appigli giusti per godere nuovamente di tutti quegli elementi che avevano garantito il successo e la popolarità del primo film.
Film 1324 - Trainspotting
Cast: Ewan McGregor, Ewen Bremner, Jonny Lee Miller, Robert Carlyle, Kelly Macdonald, Anjela Nedyalkova, Scot Greenan, Shirley Henderson, Katie Leung, Kevin McKidd.
Box Office: $33.2 milioni (ad oggi)
Consigli: Considerato che si tratta di un sequel partorito a così tanta distanza dall'originale, il risultato finale è sufficientemente soddisfacente, anche se l'anima ribelle, irriverente e sfacciatamente ironica del primo "Trainspotting" qui manca. E' un buon lavoro, un titolo che preso in solitudine funziona pochino, ma tutto sommato dovrebbe soddisfare i fan dell'originale. Meglio recuperare il primo e poi vedere questo.
Parola chiave: Centro ricreativo.

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Bengi

giovedì 16 marzo 2017

Film 1324 - Trainspotting

Appuntamento al cinema in attesa della mezzanotte e dell'uscita del sequel, ripassando il primo mitico capitolo a distanza di 20 anni.

Film 1324: "Trainspotting" (1996) di Danny Boyle
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Erika, Maddalena, Franco
Pensieri: Non lo avevo mai visto al cinema, naturalmente, per cui una bellissima nuova esperienza. Era da tempo, tra l'altro, che volevo rivedere questo primo "Trainspotting", urgenza resa più pressante dall'annuncio del successivo "T2" con tutto il cast al completo ritrovatosi per l'occasione. E l'esperienza della visione di entrambi i film, uno di seguito all'altro, è stata particolarmente piacevole, soprattutto perché altrimenti mi sarei perso moltissimi riferimenti e citazioni che la seconda storia fa in omaggio alla prima. Dopo la serata di full immersion ho preso qualche appunto su entrambe le piccole, che riassumo qui.
Partiamo con una banalità sconfinata: musiche cult, personaggi cult, storia cult, film cult. Facile, ma vero.
E' una pellicola che miscela più elementi diversi e riesce a generare più sensazioni: è un pugno nello stomaco, è divertente, tremendamente desolante, lascia non pochi spunti su cui riflettere, sottolinea la differenza di classe, lo sbando giovanile, la consapevolezza di una mancanza di scopo e la ricerca di un senso per una vita che si prospetta di fatiche e poche soddisfazioni. La droga è solo un modo per evitare il confronto con un'esistenza che fatica a spiegare il proprio senso, che non ritrova nei modi di viviere convenzionali un accettabile compromesso di felicità e soddisfazione, è lo strumento di ribellione e scappotoia da quella parte di sé conscia e vigile, incapace altrimenti di chiudere gli occhi e far finta che sia tutto sopportabile;
una cosa che mi ha sempre colpito di questo film è il fatto che l'esposizione umana, espressa anche attraverso la vulnerabilità del corpor, qui è sia femminile che, soprattutto, maschile;
Ewan McGregor ha sia la faccia da angelo che, quando sorride, quella da demonio. E' una "dote" strana che calza a pennello al suo Renton, personaggio con il quale impariamo presto a simpatizzare ma che, nel finale, non tarderà a tradire gruppo;
il gruppo di amici è strampalato e assurdo, a tratti spaventosamente inquietante, a tratti divertente. I genitori, che dovrebbero apparire quali guide e/o modelli per i figli, sono intrappolati negli stessi meccanismi dei gioani, tra alcol e disillusione; colonna sonora fenomenale, impossibile non farsi coinvolgere dal ritmo di certi pezzi intramontabili, difficili da dimenticare anche quando usciti dalla sala;
gli effetti speciali, per quanto a volte rustici, sono davvero suggestivi. La scena del bagno e quella della disintossicazione forzata (con annesso bambino) sono evidentemente finte, eppure estremamente verosimili e credibili (e disgustose e inquietanti)!;
all'inizio del film ho avuto la sensazione che montaggio e regia avessero bisogno di trovare un equilibrio, una sorta di rodaggio collaudato che facesse sparire una certa sensazione di meccanicità. Già dopo la prima mezz'ora ho perso questa sensazione;
il cast è fantastico, un insieme di giovani attori perfetto per le parti che devono rivestire. Da questo punto di vista - e molti altri - "Trainspotting" non sbaglia e riesce anche solo grazie alla scelta dei suoi protagonisti a fare già metà del lavoro. Poi, certo, la storia fa il resto, ma senza questi indimenticabili personaggi non sono sicuro che il risultato finale sarebbe stato lo stesso, ovvero il tagliente, spesso desolante e a tratti divertente racconto di una gioventù senza metà, di una classe sociale priva di prospettive, di una realtà surreale che vederla da fuori sembra più un circo. Insomma, questo film è tante cose, tanti mondi insieme che, inspiegabilmente, compongono un mosaico agrodolce perfettamente riuscito.
Ps. Candidato all'Oscar per la Miglior sceneggiatura non originale. Ha vinto un BAFTA nella stessa categoria.
Film 1325 - T2 Trainspotting
Cast: Ewan McGregor, Ewen Bremner, Jonny Lee Miller, Kevin McKidd, Robert Carlyle, Kelly Macdonald, James Cosmo, Shirley Henderson.
Box Office: $72 milioni
Consigli: Certo non per tutti i pubblici, ma sicuramentre un grande film, un titolo capace di rimanere indelebilmente impresso per vent'anni e segnare più di una generazione. Cult a dir poco, motivo per cui averlo visto almeno una volta nella vita sarebbe d'obbligo.
Parola chiave: £16.000.

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Bengi

martedì 14 marzo 2017

Film 1323 - Moonlight

Ultimo titolo (per ora) recuperato in vista della notte degli Oscar. Al momento non ho in programma di vedere altro, anche se non escludo di lasciarmi convincere da qualche pellicola lasciata indietro. Dopo questo film, ritornato dal master, mi sono lanciato finalmente nella serata più attesa, lunga e bella dell'anno! And the Oscar goes to...

Film 1323: "Moonlight" (2016) di Barry Jenkins
Visto: dal computer di casa
Lingua: inglese
Compagnia: nessuno
Pensieri: La vittoria di "Moonlight" come Miglior film mi ha fatto ampiamente rivedere la mia posizione di incertezza rispetto a "La La Land". I vincitori annunciati mi danno sempre un po' fastidio anche se a posteriori devo dire che, bagarre di buste sbagliate a parte, probabilmente si tratta di uno scippo bello e buono. Non voglio dire che la pellicola di Barry Jenkins non meritasse di stare in categoria, assolutamente, ma non so se quello che sta dietro alla lavorazione del musical di Chazelle sia paragonabile a ciò che si vede qui. Tutto per dire che "Moonlight" non mi ha convinto, probabilmente perché mi aspettavo qualcosa di diverso. L'ho trovato lento e non poetico, con un buon cast e una certa capacità evocativa del suo regista; non un brutto film, sicuramente non tra i miei migliori dell'anno.
Dicevo: lento. Una pellicola che si prende il suo tempo per raccontare la storia di Chiron, ragazzino di colore che vive una situazione difficile sia a casa che a scuola. Bullizzato dai compagni e non considerato dalla madre drogata, nel tempo troverà conforto in alcune figure chiave che influenzeranno il suo percorso. Una di queste è certamente Teresa, interpretata da una Janelle Monáe nuovamente presente (e nuovamente in un film con Mahershala Ali, dopo "Hidden Figures") che, nonostante il piccolo ruolo, mi è rimasta molto impressa. Brava Naomie Harris, per quanto il suo ruolo mi abbia molto ricordato quello di Mo'Nique in "Precious". Ali, invece, non mi ha lasciato esattamente senza fiato. Per carità, nessuno dice che non sia bravo, ma mi aspettavo davvero molto di più, nonché una presenza incisiva e determinante che di fatto non c'è. Bravissimi, invece, tutti e tre gli attori che interpretano Chiron in età diverse (Alex Hibbert, Ashton Sanders, Trevante Rhodes).
Insomma, di base il film non mi è piaciuto, anche se ci sono state certe scene che mi hanno colpito. Per esempio quella alla spiaggia, dove Chiron e Kevin, ancora adolescenti, hanno il loro primo rapporto e la scena al diner, quando dopo anni si incontrano di nuovo. Qui in particolare mi è piaciuto il fatto che la storia sia meno convenzionale del solito. Chiron è gay e ne è tutto il contrario. o meglio, è diverso dalla classica idea che se ne potrebbe avere. E nonostante il suo aspetto da duro, il suo essere così chiuso in se stesso e l'idea che dal di fuori uno potrebbe farsi, la storia ci racconta che il ragazzo può essere esattamente qualunque persona egli voglia e che le convenzioni, nei momenti personali o di intimità, non valgono niente. Anche lo spettatore, come Kevin, si chiede più volte cosa ne sia stato del piccolo ed insicuro Chiron delle scene iniziali, eppure subito la storia ci ricorda che, a prescindere dall'idea stereotipata che ognuno di noi ha, niente vieta a nessuno di essere quello che veramente è nella forma che più gli aggrada. Poi, va detto, lo stesso Chiron ricade nello stereotipo del ragazzo di strada il cui unico destino è quello di finire a spacciare, ma questa è un'altra storia...
Chiaramente la tematica omosessuale mi ha necessariamente riportato alla mente il capolavoro di Ang Lee "Brokeback Mountain" - scandalosamente snobbato dall'Academy nella categoria Miglior film (scippo degli scippi) - e mi sono ritrovato a pensare, a tratti, che questo film ne fosse una sorta di versione afroamericana e contemporanea. Qui però, nonostante i tempi così diversi, non c'è amore. Che è un po' quello che ho sentito mancante in tutta la storia. La fatica dell'accettarsi, il rifiuto del genitore, il background sociale sono tutti elementi che certamente determinando la persona di Chiron, ma quel primo episodio al chiaro di luna, la gentilezza della coppia che da bambino lo ha accolto, la consapevolezza di sé dovrebbero quantomeno aiutare una ricerca di affetto anche verso la propria stessa persona. Questo mi è parso mancante praticamente sempre mentre seguivo la storia, un vuoto non indifferente che tutta la qualità tecnica e non del prodotto finale non riesce a colmare e, a mio avviso, si fa ampiamente sentire.
Cuore a parte, ho trovato sensata la scelta di assegnare l'Oscar alla sceneggiatura (e mi sarei limitato a quello), nell'ottica di un trionfo epocale di "La La Land" e in mancanza di titoli prettamente competitivi. Fatico a immaginarmi "Arrival" o "Hidden Figures" vincitori in quella categoria, quindi era abbastanza intuibile che sarebbe stata favorita questa storia - ribadiamolo: neri, gay, droga - anche e se non di più in vista di un trionfo come miglior pellicola dell'anno al revival del musical. Che non c'è stato, come sappiamo.
In ogni caso, una cosa che certamente mi ha colpito di "Moonlight" è stata quella legata al montaggio. Si tagliano quasi in anticipo le scene in maniera molto netta: le musiche sembrano sempre sottolineare una sorta di continuazione, di proseguimento di ciò che si sta guardando, eppure, non importa quale canzone stia suonando, tutto viene tagliato a metà, interrotto in favore della scena successiva. E' una scelta curiosa, a volte un po' fastidiosa, che certamente rimane impressa.
Per concludere, questo migliore dell'anno non lo condivido. Storia difficile, cast in parte, risultato finale a tratti disomogeneo. Non lo considero nemmeno tra quelli che mi hanno colpito della stagione passata. Un film come ne ho visti molti, anche se l'importanza della sua vittoria ha un significato storico che va oltre i gusti personali (primo titolo a tematica LGBT e dal cast unicamente di colore a trionfare nella categoria più importante dell'Academy). Ciò detto, "Moonlight" non mi ha convinto.
Ps. 8 candidature agli Oscar 2017 e 3 premi vinti (Miglior film, sceneggiatura e attore non protagonista), 6 candidature ai Golden Globe e una vittoria (Miglior film drammatico) e 4 nomination ai BAFTA.
Cast: Trevante Rhodes, André Holland, Janelle Monáe, Ashton Sanders, Jharrel Jerome, Naomie Harris, Mahershala Ali, Alex Hibbert.
Box Office: $50 milioni
Consigli: Un film tosto, non facile da digerire e certamente impegnativo anche per come è consegnato allo spettatore. Lento, con un protagonista silenzioso e tanti momenti fatti di soli sguardi, "Moonlight" è uno dei film della passata stagione di cui farsi un'opinione, anche se sono sicuro non piacerà a tutti. Io avevo determinate aspettative personali, disattese. Non è un titolo per ogni occasione e sicuramente è bene approcciarcisi preparati sia per quanto riguarda la tematica che per quanto concerne le modalità di realizzazione. Per il resto... fatevene un'idea.
Parola chiave: Blu.

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Bengi

lunedì 13 marzo 2017

Film 1322 - Lion - La strada verso casa

Continua la corsa al recupero dei titoli da Oscar, questa volta al cinema dopo un piacevole aperitivo in centro.

Film 1322: "Lion - La strada verso casa" (2016) di Garth Davis
Visto: al cinema
Lingua: italiano, hindi
Compagnia: Poe
Pensieri: Tra quelli in corsa per il Miglior film, "Lion" è stato la mia personale sorpresa. Non tanto per il prodotto in sé, quanto in origine proprio per il fatto di trovarlo presente in così tante categorie fra cui, appunto, quella principale. Francamente mai mi sarei aspettato di trovare questa pellicola, dopo il già ragguardevole traguardo di 4 candidature ai Golden Globes, così tanto presa in considerazione dall'Academy. Il che, naturalmente, è stato decisivo quando si è trattato di recuperarla o meno.
Sulla scia dell'entusiasmo americano, quindi, la mia chance al film di Garth Davis, qui alla sua prima esperienza nel lungometraggio. Il che di per sé è già ragguardevole, visto il risultato ottenuto, per quanto "Lion", vuoi o non vuoi, ricordi moltissimo "The Millionaire": le storie sono molto differenti, ma la presenza in entrambi di Dev Patel, la storia di smarrimento e povertà, l'India, il protagonista bambino, sono tutti elementi che accomunano le due storie e le avvicinano non poco. Con la differenza che qui si tratta di fatti realmente accaduti e raccontati nel libro di memorie "La lunga strada per tornare a casa" di Saroo Brierley.
Credo che, del prodotto finale, sia proprio la storia il cuore di tutto. Tecnicamente il film funziona, gli attori sono bravi, ma è con il racconto che lo spettatore si relaziona davvero, perché ha dell'incredibile. Il piccolo Saroo un giorno prega il fratello maggiore di portarlo con sé alla ricerca del carbone che la sua famiglia scambia con viveri, ma il bambino, troppo stanco per sostenere viaggio e giornata di lavoro, viene lasciato alla stazione di Khandwa da Guddu che gli promette di tornarlo a prendere qualche ora più tardi a lavoro finito. Il bambino, risvegliatosi da solo su una panchina tra un binario e l'altro, si sente smarrito e, per il freddo, si rifugia all'interno di un treno vuoto dove si addormenta. Al suo risveglio scoprirà di essere in viaggio verso una città a lui ignota (Calcutta), incapace di spiegare da dove provenga, chi sia la sua famiglia e come fare per rintracciarli.
Questa è la premessa di "Lion - La strada verso casa", pellicola non sempre facile, eppure a lieto fine. Forse la scelta di di tante candidature da parte dei membri degli Oscar sta anche nel tentativo di segnare una sorta di nuova direzione, di riconoscere il valore di storie ad altro tasso di "rilievo sociale"; certamente il risultato finale non mi ha sconvolto. Non quanto le parrucche cui è stata costretta Nicole Kidman.
In generale si tratta di un buon prodotto, perfetto per la commercializzazione su ampia scala - il box-office parla da solo, il film è costato 12 milioni - grazie non solo ad una valanga di premi e candidature, ma anche un appeal che vive di un dolcissimo protagonista bambino (vedi gif sotto), il richiamo della storia vera potenzialmente tragica ma finita bene, il valore della vita e la bontà delle persone. Le sfide impossibili vinte piacciono a tanti e questo è un ottimo esempio di storia che racconta riscatto, ricerca di se stessi, amore. In mezzo c'è molto dolore e lo sconvolgente ritratto di una povertà per noi inimmaginabile, eppure il chiudere il cerchio con la possibilità di un happy ending addirittura proposto attraverso le immagini originali, lascia quella piacevole sensazione di "tutto bene" che smorza non poco il dolore e l'ansia per quanto mostrato dalla storia fino a quel momento. Forse è qui che sta il problema di "Lion", una chiave troppo evidentemente ottimistica e costruttiva, quasi uno spot pro-qualcosa (adozione, umanità, impegno sociale) che si traduce in una sorta di "tanto sappiamo che finirà tutto bene" che rovina l'atmosfera e influenza l'opinione generale. Ricordo distintamente un paio di cose della mia visione del film: la Kidman è brava, ma non poi così tanto da giustificare nomination attoriali e il film funziona, ma non è riuscito a commuovermi.
Ps. 6 candidature all'Oscar (Miglior film, sceneggiatura non originale, attore non protagonista, attrice non protagonista, colonna sonora, fotografia), 4 ai Golden Globes e 5 ai BAFTA, di cui 2 vinti per il Miglior attore non protagonista (Patel) e sceneggiatura non originale.

via GIPHY

Cast: Sunny Pawar, Dev Patel, Rooney Mara, David Wenham, Nicole Kidman, Priyanka Bose, Deepti Naval.
Box Office: $114.4 milioni
Consigli: Pellicola dai toni edificanti, percorso di formazione di un uomo alla ricerca di sé, delle proprie origini e della propria famiglia, "Lion" è prodotto che riesce a parlare di tutte quelle sensazioni che vuole suscitare, pur non riuscendo del tutto a veicolarle efficacemente. Non un film per ogni occasione, meglio sceglierlo consapevoli che saranno due lunghe ore lontano da casa.
Parola chiave: Ginestlay.

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giovedì 9 marzo 2017

Film 1321 - Fences

Instradato sempre di più verso la notte degli Oscar, ho recuperato questo film che, ero certo, avrebbe regalato la statuetta alla sua protagonista. Avevo ragione (anche se l'hanno inserita tra le non protagoniste...).

Film 1321: "Fences" (2016) di Denzel Washington
Visto: dal computer di casa
Lingua: inglese
Compagnia: nessuno
Pensieri: Classico esempio di pellicola tratta da un'opera teatrale, "Fences" sceglie pochi luoghi da fare propri (un cortile, qualche stanza di una casa) e usufruisce in maniera quasi soffocante di dialoghi. Fiumi di parole spesi attorno a poi non così tanti argomenti, un continuo e incessante parlare che per davvero molto tempo non porta ad altro che alla costruzione di due soli personaggi. Afficnhé cominci la storia, invece, bisogna attendere il secondo tempo del film; che qualcosa bolla in pentola, però, è chiaro fin dall'inizio. Troy (Denzel Washington) è dominante, spaccone, chiacchierone, fulcro di ogni situazione, severo e maschilista, disilluso, autoritario e spesso arrogante, non fatica a mettere in ombra una moglie buona e sottomessa.
Silenziosa e accondiscendente, Rose (Viola Davis) ha il brutto vizio di farsi andare bene qualsiasi cosa. Sembra in grado di sopportare ogni scortesia o fardello. Ma per quanto succube di un amore sfortunato, nemmeno lei è un personaggio candido: accetta passivamente ogni cosa che le rifila il marito - anche una figlia illegittima! - e il suo ribellarsi si limita ad un'unica scena. Per lei si prova pena e fastidio al contempo. Anche per Troy si proverà lo stesso, ma diversamente da Rose, con la quale c'è molta empatia iniziale che va scemando nel finale, con suo marito si verifica l'inverso dato che è sul finire della storia che scopriamo meglio le vicissitudini della sua infanzia e le difficoltà che ha dovuto affrontare. Anche se, in ogni caso, fatico a digerire la (sua) cattiveria gratuita. L'insoddisfazione e la frustrazione di Troy lo hanno reso una persona infelice che ha bisogno degli altri attorno a sé per potersi sentire meno solo o fallito. Il suo continuo ribadire il suo ruolo di capo e patriarca è lo strumento attraverso il quale esercita il suo magnetico potere, richiamando all'ordine gli altri personaggi, tutti soffocati da una così grande personalità ed ego.
Al di là dei due protagonisti, il film non mi è sembrato uno dei migliori dell'anno. Sicuramente è recitato da due magnifici attori che da soli sono il vero valore aggiunto di questa trasposizione cinematografica, anche se davvero non riesco a far rientrare "Fences" tra i miei favoriti, Oscar o non Oscar. Di sicuro mi ha dato più volte la sensazione di qualcosa di già visto, qualche scena mi ha ricordato qualcos'altro, anche se ho faticato e fatico a ricordare cosa; sicuramente "Doubt", forse qualcosa da "Precious" e "August: Osage County". In ogni caso un'opera nel complesso faticosa, basata sul dialogo come, del resto, ogni pièce teatrale. Legati alla sua natura originale anche il ricorso a temi ricorrenti attraverso i quali l'autore ribadisce gli elementi vitali e le metafore. Qui abbiamo il baseball, la famiglia, la morte, il fratello ritardato, il cielo nel finale, lo steccato. Quest'ultimo per Troy serve a tenere fuori tutto ciò che non vuole affrontare, per Rose è la barriera in grado di trattenere ciò che le è caro ed ha paura possa o le stia sfuggendo via.
Ps. Candidato a 4 premi Oscar, tra cui Miglior film, a 2 Golden Globe e un BAFTA ha vinto tutti e 3 i premi nella categoria Miglior attrice non protagonista (Davis).
Cast: Denzel Washington, Viola Davis, Stephen Henderson, Jovan Adepo, Russell Hornsby, Mykelti Williamson, Saniyya Sidney.
Box Office: $60.8 milioni
Consigli: Tratta dall'ultimo lavoro teatrale di August Wilson, già interpretato a teatro dagli stessi Washington e Davis, questo "Fences" è un potentissimo esercizio attoriale che, però, alla lunga può stancare chi ricerchi non solo tematiche più leggere, ma anche una messa in scena meno verbale o claustrofobica. Il risultato finale è di qualità, ma non per tutti i gusti o tutte le occasioni.
Parola chiave: La Morte.

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Bengi

mercoledì 8 marzo 2017

David di Donatello 2017: nomination e vincitori

Non è molto professionale dirlo, ma ammetto che quest'anno il mio interesse per i David di Donatello rasenta minimi storici, motivo per cui ho preso sotto gamba un po' tutta la manifestazione. Le nomination per l'edizione 2017 sono state annunciate il 21 febbraio scorso - a neanche una settimana dagli Oscar - con i premi che verrano consegnati il 27 marzo prossimo a Roma.
L'evento, prodotto e trasmesso da Sky, sarà presentato da Alessandro Cattelan e verrà trasmesso in diretta su Sky Cinema, Sky Uno, Sky TG24, Sky Arte e in chiaro su TV8.
Ecco le cinquine!
 David di Donatello 2017

MIGLIOR FILM
Fai bei sogni
Fiore
Indivisibili
La pazza gioia
Veloce come il vento

MIGLIOR REGIA
Marco Bellocchio, per Fai bei sogni
Claudio Giovannesi, per Fiore
Edoardo De Angelis, per Indivisibili
Paolo Virzì, per La pazza gioia
Matteo Rovere, per Veloce come il vento

MIGLIORE REGISTA ESORDIENTE
Michele Vannucci, per Il più grande sogno
Marco Danieli, per La ragazza del mondo
Marco Segato, per La pelle dell’orso
Fabio Guaglione, Fabio Resinaro, per Mine
Lorenzo Corvino, per WAX: We are the X

MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE
Claudio Giovannesi, Filippo Gravino, Antonella Lattanzi, per Fiore
Michele Astori, Pierfrancesco Diliberto, Marco Martani, per In guerra per amore
Nicola Guaglianono, Barbara Petronio, Edoardo De Angelis, per Indivisibili
Francesca Archibugi, Paolo Virzì, per La pazza gioia
Roberto Andò, Angelo Pasquini, per Le confessioni
Filippo Gravino, Francesca Manieri, Matteo Rovere, per Veloce come il vento

MIGLIORE SCENEGGIATURA ADATTATA
Fiorella Infascelli, Antonio Leotti, per Era d’estate
Edoardo Albinati, Marco Bellocchio, Valia Santella, per Fai bei sogni
Gianfranco Cabiddu, Ugo Chiti, Salvatore De Mola, per La stoffa dei sogni
Francesco Patierno, per Naples ’44
Francesca Marciano, Valia Santella, Stefano Mordini, per Pericle il nero
Massimo Gaudioso, per Un paese quasi perfetto

MIGLIOR PRODUTTORE
Cristiano Bortone, Bart Van Langendonck, Peter Bouckaert, Gong Ming Cai, Natacha Devillers, per Caffè
Pupkin Production e IBC Movie con Rai Cinema, per Fiore
Attilio De Razza, Pierpaolo Verga, per Indivisibili
Marco Belardi per Lotus Production (una società di Leone Film Group) – in collaborazione con Rai Cinema, per La pazza gioia
Angelo Barbagallo per Bibi Film con Rai Cinema, per Le confessioni
Domenico Procacci con Rai Cinema, per Veloce come il vento

MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA
Daphne Scoccia, per Fiore
Angela e Marianna Fontana, per Indivisibili
Valeria Bruni Tedeschi, per La pazza gioia
Micaela Ramazzotti, per La pazza gioia
Matilda De Angelis, per Veloce come il vento

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA
Valerio Mastandrea, per Fai bei sogni
Michele Riondino, per La ragazza del mondo
Sergio Rubini, per La stoffa dei sogni
Toni Servillo, per Le confessioni
Stefano Accorsi, per Veloce come il vento

MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA
Antonia Truppo, per Indivisibili
Valentina Carnelutti, per La pazza gioia
Valeria Golino, per La vita possibile
Michela Cescon, per Piuma
Roberta Mattei, per Veloce come il vento

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA
Valerio Mastandrea, per Fiore
Massimiliano Rossi, per Indivisibili
Ennio Fantastichini, per La stoffa dei sogni
Pierfrancesco Favino, per Le confessioni
Roberto De Franesco, per Le ultime cose

MIGLIOR AUTORE DELLA FOTOGRAFIA
Daniele Ciprì, per Fai bei sogni
Ferran Paredes Rubio, per Indivisibili
Vladan Radovic, per La pazza gioia
Maurizio Calvesi, per Le confessioni
Michele D’Attanasio, per Veloce come il vento

MIGLIORE MUSICISTA
Carlo Crivelli, per Fai bei sogni
Enzo Avitabile, per Indivisibili
Carlo Virzì, per La pazza gioia
Franco Piersanti, per La stoffa dei sogni
Andrea Farri, per Veloce come il vento

MIGLIOR CANZONE ORIGINALE
“I CAN SEE THE STARS”, musica e testi di Fabrizio Campanelli, interpretata da Leonardo Cecchi, Eleonora Gaggero, Beatrice Vendramin, per Come diventare grandi nonostante i genitori
“ABBI PIETÀ DI NOI”, per Indivisibili, musica, testi di Enzo Avitabile, interpretata da Enzo Avitabile, Angela e Marianna Fontana, per Indivisibili
“L’ESTATE ADDOSSO”, musica di Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti, Christian Rrigano e Riccardo Onori, testi di Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti e Vasco Brondi, interpretata da Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti, per L’estate addosso
“PO POPPOROPPÒ”, musica e testi di Carlo Virzì, interpretata dai pazienti di Villa Biondi, per La pazza gioia
“SEVENTEEN”, musica di Andrea Farri, testi di Lara Martelli, interpretata da Matilda De Angelis, per Veloce come il vento

MIGLIORE SCENOGRAFO
Marcello Di Carlo, per In guerra per amore
Carmine Guarino, per Indivisibili
Marco Dentici, per Fai bei sogni
Tonino Zero, per La pazza gioia
Livia Borgognoni, per La stoffa dei sogni

MIGLIORE COSTUMISTA
Cristiana Ricceri, per In guerra per amore
Massimo Cantini Parrini, per Indivisibili
Catia Dottori, per La pazza gioia
Beatrice Giannini, Elisabetta Antico, per La stoffa dei sogni
Cristina Laparola, per Veloce come il vento

MIGLIOR TRUCCATORE 
Gino Tamagnini, per Fai bei sogni
Maurizio Fazzini, per In guerra per amore
Valentina Iannuccilli, per Indivisibili
Esmé Sciaroni, per La pazza gioia
Silvia Beltrani, per La stoffa dei sogni
Luca Mazzoccoli, per Veloce come il vento

MIGLIOR ACCONCIATORE
Mauro Tamagnini, per Fai bei sogni
Massimiliano Gelo, per In guerra per amore
Vincenzo Cormaci, per Indivisibili
Daniela Tartari, per La pazza gioia
Alessio Pompei, per Veloce come il vento

MIGLIORE MONTATORE
Consuelo Catucci, per 7 minuti
Chiara Griziotti, per Indivisibili
Cecilia Zanuso, per La pazza gioia
Alessio Doglione, per La stoffa dei sogni
Gianni Vezzosi, per Veloce come il vento

MIGLIOR SUONO
Presa diretta: Gaetano Carito – Microfonista: Pierpaolo Lorenzo – Montaggio: Lilio Rosato – Creazione suoni: New Digital Sound – Mix: Roberto Cappanelli, per Fai bei sogni
Presa diretta: Valentino GIANNÌ – Microfonista: Fabio Conca – Montaggio: Omar Abouzaid e Sandro Rossi – Creazione suoni: Lilio Rosato – Mix: Francesco Cucinelli, per Indivisibili
Presa diretta: Alessandro Bianchi – Microfonista: Luca Novelli – Montaggio: Daniela Bassani – Creazione suoni: Fabrizio Quadroli – Mix: Gianni Pallotto c/o SOUND DESIGN, per La pazza gioia
Presa diretta: Filippo Porcari – Microfonista: Federica Ripani – Montaggio: Claudio Spinelli – Creazione suoni: Marco Marinelli – Mix: Massimo Marinelli, per La stoffa dei sogni
Presa diretta: Angelo Bonanni – Microfonista: Diego De Santis – Montaggio e Creazione suoni: Mirko PERRI – Mix: Michele Mazzucco, per Veloce come il vento

MIGLIORI EFFETTI DIGITALI
Chromatica, per In guerra per amore
Makinarium, per Indivisibili
Mercurio Domina, Far Forward, Fast Forward, per Mine
Canecane, Inlusion, per Ustica
Artea Film & Rain Rebel Alliance International Network, per Veloce come il vento

MIGLIOR DOCUMENTARIO
60 – Ieri, oggi, domani, di Giorgio Treves
Acqua e zucchero: Carlo Di Palma, i colori della vita, di Fariborz Kamkari
Crazy for football, di Volfango De Biasi
Liberami, di Federica Di Giacomo
Magic Island, di Marco Amenta

MIGLIOR FILM DELL’UNIONE EUROPEA
Florence, di Stephen Frears
Io, Daniel Blake, di Ken Loach
Julieta, di Pedro Almodovar
Sing Street, di John Carney
Truman – Un vero amico è per sempre, di Cesc Gay

MIGLIOR FILM STRANIERO
Animali notturni, di Tom Ford
Captain Fantastic, di Matt Ross
Lion, di Garth Davis
Paterson, di Jim Jarmusch
Sully, di Clint Eastwood

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO
A casa mia, di Mario Piredda
Ego, di Lorenza Indovina
Mostri, di Adriano Giotti
Simposio suino in re minore, di Francesco Filippini
Viola, Franca, di Marta Savina
(Il miglior cortometraggio Premio David di Donatello 2017 è: A CASA MIA di Mario Piredda)

DAVID GIOVANI
Michele Placido, per 7 minuti
Pierfrancesco Diliberto, per In guerra per amore
Gabriele Muccino, per L’estate addosso
Paolo Virzì, per La pazza gioia
Roan Johnson, per Piuma

lunedì 6 marzo 2017

Film 1320 - Hidden Figures

Altro giro, altro regalo: in arrivo per l'8 marzo in Italia, una delle pellicole che più mi aveva incuriosito di questi Oscar 2017.

Film 1320: "Hidden Figures" (2016) di Theodore Melfi
Visto: dal computer di casa
Lingua: inglese
Compagnia: Poe
Pensieri: Tra i candidati a Miglior film che quest'anno ho visto, "Hidden Figures" è, assieme a "La La Land", quello che ho preferito. In tutta sincerità ero ben disposto in partenza verso questa pellicola, sia perché le tre attrici protagoniste mi incuriosivano assieme, sia perché dal trailer sembrava che la storia potesse essere davvero interessante e il risultato finale dinamico, edificante e del tutto piacevole. E' stato così quasi per tutto.
"Hidden Figures" è tratto dall'omonimo romanzo di Margot Lee Shetterly che, a sua volta, si ispira alla vera storia delle tre donne afroamericane, dette "computer", impiegate alla NASA con differenti ruoli, tutti riconducibili ad un'indiscutibile capacità cerebrale: Katherine Goble Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson. Le tre attrici che rispettivamente le interpretano - Taraji P. Henson, Octavia Spencer, Janelle Monáe - sono una scelta di cast perfetta e da sole valgono la visione della pellicola. Anche se forse la Spencer non si meritava così tanto la nomination all'Oscar (fa lo stesso ruolo che aveva in "The Help"), insieme sono un bel gruppo affiatato e credibile per il quale non si può non finire per fare il tifo. Inoltre il resto del cast è particolarmente ricco ed è bello ritrovare Costner e la Dunst finalmente in una produzione che fa centro.
La storia che si racconta ha dell'incredibile ed è un piacere da seguire e, man mano che il racconto procede, diventa sempre più coinvolgente, tanto che non si fatica a vivere le stesse ansie e gioie provate dai protagonisti sullo schermo. La lungimiranza di certi comportamenti, la gentilezza di alcuni gesti, la cattiveria gratuita, l'assurdità dell'impostazione raziale della società dell'epoca sono tutti elementi che vanno a comporre la trama caratterizzandola e contestualizzandola, pur evitando toni tragici o facili buonismi. Questo, in particolare, è l'aspetto che più mi ha colpito: ci sono meno fronzoli del previsto. Credevo che la produzione avrebbe giocato su toni più "patetici" e, invece, per quanto si conceda non pochi momenti edificanti, non cede troppo alla voglia di strafare. Così ne esce un film bello e godibile, interessante e ben costruito intorno a tre protagoniste forti e bellissime. Unico neo, a volte si pecca di ritmo.
Al di là di questo, comunque, il vero piacere di seguire "Hidden Figures" sta nel vedere come la NASA diventi una sorta di campus epurato dalle leggi raziali (certo non è tutto rose e fiori, ma da qualche parte bisogna pur cominciare) ed evolve rapidamente esattamente come cambiano i dati da elaborare per le varie missioni. E queste ultime richiedono lo sofrzo di tutti, bianchi e neri, per poter essere portate a termine. Dunque il programma spaziale bada poco al colore della pelle e tanto ai risultati e al lavoro di squadra in vista di un traguardo che è un goal per tutti.
In un momento storico in cui l'unità e il senso di comunità e identità vacillano, è bello ricordare come bastino intelligenza e lungimiranza per superare le proprie paure per la diversità altrui.
Ps. 3 nomination all'Oscar (Miglior film, sceneggiatura non originale, attrice non protagonista), 2 ai Golden Globes (attrice non protagonista, colonna sonora) e una ai BAFTA (sceneggiatura).
Cast: Taraji P. Henson, Octavia Spencer, Janelle Monáe, Kevin Costner, Kirsten Dunst, Jim Parsons, Glen Powell, Mahershala Ali.
Box Office: $195 milioni
Consigli: Non un capolavoro, ma sicuramente una pellicola piacevole da seguire, con una bella storia da raccontare e un gruppo di attori veramente ben assortito (finalmente Jim Parsons esce dal personaggio di Sheldon Cooper). In lingua originale è stata un'esperienza particolarmente soddisfacente - cercando di decodificare i vari accenti - e anche se sono sicuro che l'imminente uscita in sala e la pigrizia faranno optare per il doppiaggio, come sempre mi sento di dire che la versione originale batte quella tradotta a mani basse. Non è una presa di posizione ma un dato di fatto: il lavoro che c'è dietro i personaggi sta anche nel tono e nell'impostazione della voce. E il piacere di seguire una nuova storia sta anche nel non sentirsela raccontare sempre dalle solite quattro voci.
Parola chiave: Euler method.

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martedì 28 febbraio 2017

Film 1319 - Loving

Oltre ad essermi affrettato a recuperare il maggior numero di film candidati agli Oscar, curiosamente e in maniera del tutto casuale ho visto tutti quelli relativi al tema della razza (non a caso quest'anno è stato anche ribattezzato #OscarSoBlack).

Film 1319: "Loving" (2016) di Jeff Nichols
Visto: dal computer di casa
Lingua: inglese
Compagnia: nessuno
Pensieri: Ho visto questa pellicola in due momenti abbastanza distanti uno dall'altro, eppure non ne ho un ricordo disomogeneo o frammentato, il che già di per sé è una buona cosa. "Loving" è un bel film, molto dolce nelle parti di coppia, delicatissimo, stranamente pacato nell'esporre gli abusi, lo sconforto, l'incertezza di una famiglia discriminata ed esiliata semplicemente perché composta da un uomo bianco e una donna di colore. Perché siamo a cavallo degli anni '50-'60 e la legge riteneva sbagliato che si mettessero al mondo bambini di etnia mista.
Assistere al racconto di questa storia, oggi, fa venire i brividi. Non tanto per azioni violente o bellicose, che qui a dire il vero non sono molte, ma soprattutto per l'impostazione mentale ben radicata all'interno del sistema legislativo e quindi umano e quotidiano che va addirittura oltre la libertà di pensiero o espressione e coinvolge qualcosa che oggi è, sì, garantito per legge, ma non ancora una conquista universale: la libertà di amare.
Il film sui coniugi Loving è ancora oggi un esempio utile a rinfrescare la mente in un mondo non sempre pronto ad accogliere le differenze. Ed è bello ricordarsi che ogni tanto anche nella vita vera il lieto fine arriva sul serio. Quello che mi è piaciuto qui è proprio il desiderio di ricordare, di dare voce ad una storia altrimenti non così scontatamente popolare. Perché Mildred e Richard sono esistiti davvero, hanno combattuto davvero e si sono fatti avanti per difendere il proprio matrimonio, la propria famiglia e il proprio amore. Per essere un film che tratta non marginalmente anche la parte prettamente giuridica, "Loving" mi è sembrato un film pieno d'amore, di quelli in cui non serve sbandierarlo perché il sentimento c'è e si vede. Non tutti sono in grado di raccontare questo tipo di storie senza scadere in retoriche facili o calcare la mano e in questo devo dire che Jeff Nichols è stato particolarmente abile ed efficace (diversamente dal suo precedente "Midnight Special").
Ruth Negga e Joel Edgerton sono una dolcissima coppia, affiatata, molto concreta. Ho veramente apprezzato la loro costruzione dei personaggi, si vede che c'è un lavoro dietro fatto di studio di mosse e accenti, sguardi e silenzi. Sono loro l'anima di questa pellicola e sono stati certamente la scelta più giusta per impersonare la coppia. Loro, insieme alla bella sceneggiatura (e storia, naturalmente) sono gli elementi portanti di "Loving", quegli aspetti che conferiscono al risultato finale del film quel senso di soddisfazione che alla fine ti rimane addosso.
Ps. Candidato a 2 Golden Globe per i migliori attori drammatici e a 1 Oscar per la Miglior attrice protagonista (Negga).
Cast: Joel Edgerton, Ruth Negga, Marton Csokas, Nick Kroll, Michael Shannon.
Box Office: $8.4 milioni
Consigli: Bel film, bella storia. Non è certamente un titolo da scegliere a cuor leggero sia per quanto riguarda l'argomento della trama, sia perché il ritmo non è certo dei più forsennati (il chemi par di capire sia una sorta di tratto distintivo degli ultimi film di Nichols). Però, se la disposizione d'animo è quella giusta e si cerca qualcosa di non scontato da guardare, "Loving" è sicuramente una buona scelta.
Parola chiave: Corte suprema.

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Bengi

lunedì 27 febbraio 2017

Film 1318 - Jackie

Da qui in avanti, per ben 6 titoli di fila, la mia rincorsa a raggiungere il numero maggiore di pellicole possibili in vista degli Oscar. Ormai i giochi sono fatti e sono riuscito a recuperarne abbastanza da potermi fare un'idea abbastanza indipendente di come potrebbe andare. Vedremo tra qualche ora cosa decreterà l'Academy!

Film 1318: "Jackie" (2016) di Pablo Larraín
Visto: dal computer di casa
Lingua: inglese
Compagnia: Poe
Pensieri: Nonostante critiche e opinioni sentite qua e là praticamente entusiaste, non posso davvero dire che "Jackie" abbia incontrato il mio gusto. E' una pellicola molto raffinata e confezionata con dovizia di particolari e una cura innegabile per ogni singolo elemento che ha provveduto alla composizione del risultato finale, ma a parte questo, quello che ho visto mi è parso confusionario e disomogeneo nei suoi continui flashback e nell'incessante mischiare fatti, interviste, materiale di repertorio, memorie, ecc. Più che un film sembra un mausoleo, un museo nostalgico dedicato alla Kennedy, un'icona che si intende ritrarre in uno dei suoi momenti più intimi (eppure più mediatico), sviscerandone comportamenti, atteggiamenti, dettagli. Non so se il film avrebbe ottenuto lo stesso successo senza la performance magnetica di Natalie Portman la quale, va detto, è molto brava, anche se a mio avviso non ha alcuna chance, come invece molti pronosticano e sperano, di aggiudicarsi la statuetta questa sera. Non solo perché di Oscar ne ha già uno - e fare il bis non è impresa da poco -, ma anche perché Emma Stone è la favorita della stagione e, da non sottovalutare, l'interpretazione in "Elle" di Isabelle Huppert ha riscosso non pochi premi importanti che hanno spesso oscurato la performance della protagonista di "Jackie".
Premiazioni a parte, la metamorfosi che la Portman subisce qui è inquietante, arrivando a cambiare completamente voce e ad assomigliare all'ex First Lady pur non somigliandole davvero. L'insieme di simile e diverso a volte è straniante; il ruolo, che è molto difficile, viene ben gestito dall'attrice che ne restituisce un ritratto molto forte e molto umano che scava al di sotto della figura di donna-mito che Jacqueline "Jackie" Kennedy ha assunto col passare del tempo. La storia si concentra su un momento che è ovviamente difficilissimo, evento storico epocale e la reazione della neo vedova è comprensibile, eppure per molti versi folle. Ed è sicuramente anche per quest'ultimo aspetto che ho trovato il personaggio antipatico e scontroso, comandante e diffidente e, al contempo, tutto l'opposto. Dunque una protagonista difficile da digerire, troppo autoritaria e snob, calata nella costante rappresentazione di un'immagine ad hoc di finta ingenua che mi ha lasciato più volte perplesso (per esempio in relazione al cambiamento radicale pre-omicidio rispetto al successivo momento dell'intervista). Non posso fare certo paragoni con la persona reale, quindi rimango legato all'impressione che ho dedotto dal film, ovvero che nonostante un'ottima ricostruzione della frammentazione della personalità e complessità umana, Jackie qui si percepisce in chiave negativa.
E, a proposito di ricostruzione, dettagli di scena e costumi davvero elaborati e verosimiglianti; la colonna sonora è molto particolare per essere quella di un film biografico: difficilmente si concede toni rassicuranti, giocando molto su atmosfere cupe e distorte da suoni quasi da thriller o horror. Del resto la firma è di Mica Levi, già notata grazie alla spaventosa colonna sonora di "Under the Skin".
In conclusione, il risultato finale non mi ha convinto e, anzi, è stato inferiore alle mie aspettative. Si tratta di un titolo che affronta non solo una tematica storicamente importante, ma anche interessante dal punto di vista umano. Eppure le scelte della sceneggiatura, il gap tra un personaggio del genere e la vita dell'uomo medio di oggi, il continuo saltare da un momento all'altro, da una situazione all'altra mi ha lasciato insoddisfatto di fronte ad un prodotto dal potenziale grandissimo che, però, gestisce magistralmente solo la ricostruzione dal punto di vista scenico ed estetico. E del personaggio principale grazie ad una grandissima attrice.
Ps. Candidato a 3 Oscar: Miglior attrice protagonista, costumi e colonna sonora.
Pps. E' l'ultimo film in cui recita il recentemente scomparso John Hurt, qui nel ruolo di un prete confessore (più confuso che mai, a mio avviso).
Cast: Natalie Portman, Peter Sarsgaard, Greta Gerwig, Billy Crudup, John Hurt, Richard E. Grant.
Box Office: $20.7 milioni
Consigli: Incentrato su uno dei fatti storici più iconici della più o meno recente storia degli Stati Uniti, legato alla figura di una delle First Lady più famose di tutti i tempi, questo film ritrae una Jackie Kennedy in mille pezzi e ne consegna allo spettatore qualche frammento sparso, spesso slegato, faticoso da combinare in un puzzle temporale troppo ballerino. Salva tutto la grande performance di una Portman particolarmente azzeccata, oltre che intensa (il regista voleva solo lei), anche se la voce così modificata dall'attrice è, alla lunga, una fatica da ascoltare, quasi una cantilena lagnosa. In generale, comunque, è certamente un titolo da vedere, fosse anche solo per la performance attoriale o il premio ai costumi che quasi certamente vincerà. Non è certamente una scelta per tutte le occasioni, ma ha il pregio di puntare lo sguardo su un fatto tragico e, al contempo, affascinante.
Parola chiave: Camelot.

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Bengi

domenica 26 febbraio 2017

Film 1317 - Il gatto con gli stivali

Scelto dal catalogo Netflix per la serie "metti una sera a cena".

Film 1317: "Il gatto con gli stivali" (2011) di Chris Miller
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Poe
Pensieri: Non avevo mai visto questo film, spin-off derivato dal conosciutissimo franchise di "Shrek" che, personalmente, non ho mai particolarmente amato. Sarà anche per questo che nel tempo non ho sentito la necessità impellente di recuperare "Puss in Boots".
Questo film d'animazione totalmente incentrato sulla figura del gatto spadaccino, versione di Zorro con pelliccia, nel primo tempo non si capisce dove voglia andare a parare in quanto la storia sembra più che altro una semplice serie di situazioni comiche proposte una dopo l'altra, senza un vero filo logico. Quando, però, la trama ingrana il risultato finale è anche soddisfacente, con qualche buon momento comico e un divertimento per tutta la famiglia a cuor legger(issim)o. Gli unici aspetti che non mi hanno soddisfatto sono l'uovo Humpty Dumpty che è inquietante e la caricata espressività dei gatti che, per quanto fatta bene, l'ho trovata a volte disturbante.
in ogni caso un onesto cartoon che non sarà niente di eccezionale, ma risulta simpatico e sciocco quanto basta per lasciare soddisfatti.
Ps. Addirittura una candidatura all'Oscar come Miglior film d'animazione. Mi pare un po' esagerato.
Cast: Antonio Banderas, Zach Galifianakis, Salma Hayek, Billy Bob Thornton, Amy Sedaris, Constance Marie.
Box Office: $555 milioni
Consigli: Come per "Shrek", anche qui si saccheggia a piene mani dalla narrativa classica per ragazzi, mischiando non pochi elementi e personaggi originali di altre storie. Nel caotico risultato finale, il gatto - doppiato dallo stesso Banderas anche in italiano - riesce comunque a risultare non solo un personaggio vincente, ma anche particolarmente riuscito nella sua natura caricaturale. Il film non è davvero niente di che, ma è sicuramente perfetto per un qualunque momento di totale disimpegno in cui l'unico sforzo che si intende fare è quello di spingere il tasto play.
Parola chiave: Fagioli.

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Film 1316 - Hacksaw Ridge

Oggi è il giorno degli Oscar e questo film è candidato a 6 statuette!

Film 1316: "Hacksaw Ridge" (2016) di Mel Gibson
Visto: dal computer di casa
Lingua: inglese
Compagnia: nessuno
Pensieri: Ho visto per la prima volta la locandina di questo film ad ottobre, appesa all'interno di un cinema di Copenhagen. L'avevo guardata distrattamente, colpito dall'iimmagine di sofferenza che mi dava il soldato con in spalla il suo compagno. Qualche tempo dopo ho scoperto che il film stava andando bene al botteghino e che si trattava di una sorta di perdono da parte di Hollywood alla controversa figura di Mel Gibson che, per essere uno cui piace tanto parlare di Dio, non si presenta particolarmente tollerante. Al di là di questo, l'insieme di fattori, oltre che le buone critiche che ne parlavano bene, mi hanno convinto a vedere questa pellicola ancor prima che le nomination importanti cominciassero a fioccare. Ecco perché appena ho trovato "Hacksaw Ridge" in streaming ho voluto subito recuperarlo.
La prima cosa che mi è saltata all'occhio è che quest'anno Andrew Garfield sembra perseguitato da ruoli che richiedono una ferrea credenza nella religione cattolica. Anche qui come in "Silence", il suo personaggio Desmond Doss, militare realmente esistito, è un fervente credente che si appoggerà per tutta la storia alla preghiera e al Signore. Curiosa anche la coincidenza che lega i ruoli: entrambi vengono perseguitati per le loro convinzioni.

Garfield è molto bravo e credibile nella parte e sfodera un accento del sud tanto stretto che a volte è praticamente incomprensibile. Come lui anche Teresa Palmer, che certamente qui non sfigura e, anzi, dimostra di riuscire a vestire perfettamente i panni del personaggio femminile protagonista. E di rimanere impressa, per di più. Il ruolo di Vince Vaughn, invece, sembra ricalcato su quello del sergente di "Full Metal Jacket" che fu di R. Lee Ermey, specialmente nella scena in cui si presenta alle reclute nel dormitorio e, in seguito, quando le allena in preparazione alle attività militari. Non mancano grida, insulti e vessazioni.
Uscendo un attimo dalla categoria attoriale, la regia di Gibson è spietata, quasi morbosa. La guerra è alla nostra porta e, come i poveri soldati, ci troviamo a doverci confrontare con gli orrori, la violenza e le atrocità che porta con sé.  Il serrato montaggio, le scene tanto credibili, l'ansia generata da un nemico costantemente nascosto sono tutti elementi che contribuiscono a creare un'idea particolarmente suggestiva ed efficace della guerra anche per chi, come me, non l'hai fortunatamente mai dovuta vivere dal vivo. In contrapposizione a questo iperrealismo bellico, l'idillio amoroso tra Desmond e Dorothy sembra quasi un altro film, un'altra storia, come se non potessero coesistere allo stesso tempo due realtà tanto agli antipodi. Queste due apparentemente inconciliabili storie parallele si compongono in un film che mostra una storia straordinaria e ne eleva l'esempio pacifico oltre che la casistica peculiare ed irripetibile. Nonostante i presupposti da dramma strappalacrime, in realtà "Hacksaw Ridge" sfrutta in minima parte, rispetto a quanto avrebbe effettivamente potuto, le occasioni alla "supereroe" - o meglio eroe sovrumano -, optando per un taglio più sobrio (per esempio non ci sono musiche eroiche durante i combattimenti, ma solo i crudi rumori della battaglia) e andando a celebrare il suo protagonista soprattutto attraverso i titoli di coda, dedicandogli un momento fuori dalla ricostruzione in cui, attraverso filmati d'archivio, i suoi commilitoni e lo stesso Doss si raccontano alcuni degli episodi accaduti nella realtà e che sono raccontati nel film.
Dunque una storia potente raccontata, sì, con forza, ma senza esagerare nei toni. Un ottimo risultato finale - francamente migliore rispetto alle mie aspettative -, per una storia tanto pazzesca da sembrare di finzione, con scene di guerra da togliere il fiato per tutto ciò che riescono ad evocare.
Ps. 6 nomination agli Oscar 2017: Miglior film, regia, attore protagonista, montaggio, missaggio sonoro, montaggio sonoro.
Cast: Andrew Garfield, Sam Worthington, Luke Bracey, Teresa Palmer, Hugo Weaving, Rachel Griffiths, Vince Vaughn.
Box Office: $175 milioni
Consigli: Nonostante le non poche scene di guerra e le implicazioni che ne conseguono, questo non è un titolo che fa suoi i classici elementi della pellicola d'azione o di quella a sfondo storico (siamo durante la Seconda Guerra Mondiale), o meglio li utilizza, ma come strumenti di confronto per il proprio caso esemplare. Nella fattispecie si tratta di un militare, un ragazzo che per scelta personale decide di arruolarsi pur non avendo alcuna intenzione di impugnare alcuna pistola, figuriamoci sparare. Il paradosso è evidente a tutti, eppure la storia raccontata qui funziona sia perché è vera, sia perché, appunto, la pellicola sceglie quegli elementi di cui sopra solamente per far risaltare ancora di più il proprio grande protagonista. Un bel titolo, efficace e convincente, una regia priva di fronzoli, un bel cast e un risultato finale che non manca di colpire lo spettatore.
Parola chiave: Obiettore di coscienza.

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Bengi